L’imprenditore e l’associazione di tipo mafioso: il “colluso” e la “vittima”

L’associazione mafiosa e le attività economiche

 

Le finalità dell’associazione di tipo mafioso descritte dall’art. 416-bis, comma 3, c.p., com’è noto, hanno carattere alternativo e non cumulativo e, ai fini della configurabilità del delitto, non devono essere effettivamente e concretamente raggiunte (Cass. n. 7627/1996; Cass.n. 6203/1991). Tra esse rientra l’acquisizione, diretta o indiretta della gestione o del controllo delle attività economiche.

Questo scopo, che amplia l’ambito operativo della fattispecie incriminatrice, estendendolo anche al perseguimento di attività in sé formalmente lecite (Cass. n. 1793/1994), permette di distinguere nettamente l’organizzazione di stampo mafioso da quella punita dall’art. 416 c.p.

L’elemento che caratterizza l’associazione mafiosa, invero, non è tanto il fine di commettere altri reati, né la tipologia di illeciti penali che s’intende perseguire, potendo l’azione essere rivolta anche al perseguimento di attività lecite, quanto il profilo programmatico dell’impiego del metodo mafioso. Questo metodo deve necessariamente avere una sua esteriorizzazione, risolvendosi nella condotta positiva (avvalersi) di una o più persone ovvero in una concreta carica intimidatoria avvertita nella realtà sociale (Cass. n. 50064/2015Cass. n. 31512/2012).

All’allargamento della sfera applicativa della norma di cui all’art. 416bis c.p. derivante dall’inclusione, tra le finalità associative, di attività (formalmente) lecite, infatti, si deve accompagnare, in una prospettiva di recupero dell’offensività della fattispecie incriminatrice, una definizione normativa del tipo criminoso che rende necessario un minimo di operatività dell’associazione o, comunque, postula l’esistenza di una sua concreta carica intimidatoria (Cass. n.35627/2012Cass. n. 40835/2013).

È necessario, in altri termini, che il sodalizio mafioso sia in grado di sprigionare, per il solo fatto della sua esistenza, una capacità di intimidazione non soltanto potenziale ma attuale, effettiva e obiettivamente riscontrabile (Cass. n. 25242/2011), ossia che si sia esteriorizzata un’effettiva forza intimidatrice (Cass. n. 30059/2014).

Lo scopo di controllo delle attività economiche, in ogni caso, oltre a rientrare tra quelli tipici del delitto di associazione di stampo mafiosoben può configurare il “core business” del sodalizio, assumendo un rilievo preminente rispetto ad altre attività tradizionali, come ad esempio quella estorsiva (cfr. in motivazione, Cass. n. 47574/2016).

L’art. 416-bis, comma 6, c.p., inoltre, prevede anche un’aggravante specifica, «se le attività economiche di cui gli associati intendono assumere o mantenere il controllo sono finanziate in tutto o in parte con il prezzo, il prodotto, o il profitto di delitti, le pene stabilite nei commi precedenti sono aumentate da un terzo alla metà». Per la sussistenza dell’aggravante è necessario che l’apporto di capitale corrisponda a un reinvestimento delle utilità procurate dalle azioni criminose, essendo proprio questa spirale sinergica di azioni delittuose e di intenti antisociali a richiedere un più efficace intervento repressivo (Cass. n. 12251/2012).

È sufficiente, però, che il prezzo, il profitto o il prodotto derivanti dai delitti posti in essere in esecuzione del programma criminoso dell’associazione per delinquere di stampo mafioso siano destinati a finanziare le attività economiche di cui gli associati intendono assumere o mantenere il controllo, non essendo necessario che tale controllo sia effettivamente assunto o mantenuto, ma solo che il finanziamento alimentato dalle fonti di provenienza illecita sia idoneo a conseguire tale risultato (Cass. n. 24661/2013).

La predetta aggravante, inoltre, deve essere riferita all’attività dell’associazione e non alla condotta del singolo partecipe; essa ha natura oggettiva e, pertanto, si applica nei confronti di tutti i membri del gruppo (Cass. n. 42385/2009).

La giurisprudenza, riconoscendo il rilievo sempre più marcato della finalità di controllo delle attività economiche per le cosche mafiose, negli anni, ha posto particolare attenzione alla qualificazione delle condotte degli imprenditori.

Il tema dei rapporti tra imprenditoria e associazioni di tipo mafioso, invero, si presenta molto delicato per le evidenti implicazioni sul terreno socio-economico e per la necessità di compiere distinzioni che possono rilevarsi, come meglio si vedrà, particolarmente sottili e difficili.

Proprio sul terreno dell’attività d’impresa, del resto, si avverte chiaramente quanto forte sia la capacità attrattiva che l’associazione mafiosa esercita sul corpo sociale. Verso di essa s’indirizza l’agire di una pluralità di soggetti che, sebbene siano provenienti sovente da esperienze diverse, sono uniti dal fatto di essere disposti ad avvalersi della forza di intimidazione che promana dal sodalizio.

Nella prospettiva di una corretta analisi del fenomeno, in particolare, è stata elaborata la figura dell’imprenditore collusoche viene contrapposta a quella di imprenditore vittima.

Si considera imprenditore colluso quello che è entrato in rapporto sinallagmatico con la cosca tale da produrre vantaggi per entrambi i contraenti, consistenti per l’imprenditore nell’imporsi nel territorio in posizione dominante e per il sodalizio criminoso nell’ottenere risorse, servizi o utilità», mentre viene definito imprenditore vittima quello che, soggiogato dall’intimidazione, non tenta di venire a patti col sodalizio, ma cede all’imposizione e subisce il relativo danno ingiusto, limitandosi talvolta a perseguire un’intesa volta a limitare tale danno.

Il criterio distintivo tra le due figure, pertanto, risiede nel fatto che l’imprenditore colluso, a differenza di quello vittima, ha consapevolmente rivolto a proprio profitto l’essere venuto in relazione col sodalizio mafioso (Cass. n. 19652/2017Cass. n. 47574/2016Cass. n. 39042/2008Cass. n. 46552/2005).

L’imprenditore partecipe o concorrente esterno ha trasformato l’originario danno ingiusto subito (il costo derivante dal dover sottostare all’imposizione del pizzo o di altre costrizioni mafiose onde evitare danni maggiori) in un vantaggio rappresentato dal beneficio insito nella possibilità di assicurarsi illegalmente una posizione dominante a scapito della concorrenza oppure risorse o linee di credito a prezzi di favore, sino a godere di un sostanziale monopolio su un dato territorio.

La vittima non ha mai realizzato una simile trasformazione del danno subito: egli versa tangenti o si piega a prestazioni di altro tipo senza ottenere alcun beneficio. La considerazione degli effetti favorevoli ottenuti dall’impresa per effetto delle frequentazioni con i componenti del clan, quindi, può orientare il giudizio (Cass. n. 27086/2017).

Molto delicata è la valutazione delle eventuali “trattative” condotte dall’imprenditore con gli esponenti dell’organizzazione mafiosa e dei successivi “accordi”: va verificato se con esse miri ad assicurarsi un vantaggio dalla contiguità con il clan ovvero siano piuttosto espressione del suo tentativo di minimizzare il danno, inducendo i membri dell’associazione criminale a ridurre le loro pretese.

In ogni caso, vanno tenute in debito conto le caratteristiche della realtà sociale in cui l’imprenditore opera e il settore produttivo di riferimento.