Reati commessi dall’aggravante dal metodo mafioso

Un’analisi sui reati contestati agli esecutori dell’omicidio di Anna Rosa Tarantino

 

A seguito dei recenti fatti di sangue che hanno portato agli “orrori” della cronaca la Città di Bitonto, in cui il 30 dicembre perdeva la vita un’anziana signora trovatasi nel mezzo di un conflitto a fuoco tra clan rivali, sono state eseguite, dagli uomini della Squadra Mobile e dai Carabinieri, le ordinanze di custodia cautelare per i presunti responsabili dell’omicidio della donna, i cui reati contestati venivano tutti aggravati dall’ Art. 7 del D.L. N. 152/1991.

Appare indispensabile, per i lettori dei nostri approfondimenti, effettuare alcune considerazione per tracciare i connotati tipici dell’aggravante del metodo mafioso o dell’agevolazione mafiosa le cui radici si ramificano, inevitabilmente e indissolubilmente, nel reato di associazione di stampo mafioso ex Art. 416 Bis C.P.

Preliminarmente non si può prescindere dall’evidenziare come l’applicazione di questa aggravante preveda un aumento di pena da un terzo alla metà per i delitti punibili con pena diversa dall’ergastolo, commessi avvalendosi delle condizioni previste dal reato di associazione di stampo mafioso, al fine di agevolare l’attività della criminalità organizzata.

La ridetta circostanza aggravante, può essere suddivisa in due sotto – ipotesi: l’avvalersi delle condizioni di cui all’Art. 416 Bis. C.P. (“metodo mafioso”) e l’agevolare l’attività di un’associazione di tipo mafioso (“agevolazione mafiosa”).

Si rappresenta che la Dottrina ha inteso definire con l’accezione di “metodo mafioso”, quelle condotte poste in essere con atti idonei a esercitare una particolare coartazione psicologica con i caratteri tipici dell’intimidazione mafiosa.

Per quanto attiene la contestazione dell’aggravante dell’agevolazione mafiosa, è indispensabile individuare  la specifica ed esistente associazione criminale “agevolata” dal soggetto agente mediante la condotta delittuosa, oltre ad essere necessario verificare l’oggettiva funzionalità della condotta illecita rispetto all’agevolazione dell’organizzazione criminale nel suo insieme, non essendo sufficiente l’aiuto prestato ad uno specifico associato, anche se appartenente al vertice dell’associazione

Si tratta di due circostanze autonome e indipendenti, assolutamente eterogenee, le quali possono concorrere tra loro in presenza di entrambi i tratti caratteristici e tipici comportando, tuttavia, un unico aumento di pena e non già duplice.

Uno dei principali problemi afferenti la contestazione dell’ Art. 7 D.L.152/91, attiene l’individuazione dei soggetti destinatari dell’aggravante in parola, giacchè non è chiaro se essa si applichi esclusivamente nei confronti dei soggetti estranei al reato associativo, ovvero anche agli autori del delitto di cui all’Art. 416 Bis C.P..

Come evidenziato dalla migliore Dottrina, entrambe le soluzioni presentano alcuni inconvenienti: se si aderisce alla prima opzione vi è il paradossale rischio di riservare un trattamento sanzionatorio deteriore a soggetti estranei al sodalizio; avallando la seconda opzione, invece, si perverrebbe ad una violazione del ne bis in idem sostanziale, giacchè la medesima qualità di associato ad un sodalizio criminoso mafioso comporterebbe, al contempo, l’applicazione delle sanzioni ex Art. 416 Bis C.P., nonché un ulteriore (notevole) aumento di pena per gli eventuali ulteriori delitti compiuti.

In verità appare assolutamente inaccettabile la seconda soluzione ermeneutica, giacchè non vi è alcuna ragione per duplicare  oltremodo la sanzione penale, fondando l’aggravamento di pena su circostanze o considerazioni già autonomamente valutate dal legislatore in sede di incriminazione ex Art. 416 Bis C.P..

Rispetto a tale questione e a seguito del contrasto giurisprudenziale sorto, le Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione hanno adottato una posizione di particolare rigore, statuendo l’applicabilità delle aggravanti in parola anche con riferimento ai reati – fine commessi dagli appartenenti al sodalizio criminoso.

Le circostanze aggravanti di cui all’Art. 7 D.L. N. 152/91, non si applicano qualora ricorra l’attenuante della “dissociazione”  ex Art. 8, che contribuisce ad elevare la portata premiale di quest’ultima disposizione normativa.